Incisioni rupestri del Monte Conero

Le incisioni rupestri del Monte Conero

Le incisioni rupestri del Monte Conero

Poco al di sotto della sommità del Monte Cònero (572 m s.l.m.) si trova una zona di roccia calcarea con incisioni di cnalette e coppe di varia natura e forma; il luogo fu scoperto  segnalato per la prima volta nel 1971 dai sigg. Giuseppe Barbone e Rosa Maria Lusardi Barbone, che ne compresero da subito il notevole interesse archeologico.

Schema delle incisioni rupestri del Monte Conero

Varie teorie al momento si ipotizzano per la spiegazione del significato di tali incisioni, che attualmente rimangono prive di una visione unitaria di utilizzo. Si ipotizza una rappresentazione della costellazione del Toro, ma anche un luogo di riti legati alla fertilità del culto dell’acqua. La datazione porterebbe a pensare ad un periodo dell’età del bronzo.

Riportiamo una ricerca di archoastronomia condotta da Giovanni Nocentini:

Il sito archeologico Pian dei Raggetti sul Monte Conero, tra Ancona e Sirolo-Numana (figg. 1 e 2), conosciuto come “Incisioni rupestri del Monte Conero” è stato segnalato per la prima volta nel 1971 dai coniugi Giuseppe Barbone e Rosa Maria Lusardi Barbone. Lo scavo e i rilievi sono stati condotti dall’archeologa Dott.ssa Gaia Pignocchi collaboratrice della Soprintendenza ai Beni Archeologici delle Marche. Tuttora il sito è in corso di studio attraverso un progetto di ricerca, tutela e valorizzazione, proposto dalla stessa Pignocchi, che vede coinvolti gli Enti competenti (Parco Regionale del Conero, Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Marche, Comune di Ancona, Regione Marche). La Dott.ssa Pignocchi ha steso una relazione dei rilievi che è stata pubblicata su Preistoria Alpina, rivista a cura dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria[1].

Fig. 1 – Carta escursionistica del Monte Conero (particolare del sito)

Incisioni rupesrti Monte Conero

Fig. 2 – Le incisioni sulla roccia

Incisioni rupestri Monte Conero

Riprendo brevemente la descrizione del sito (fig. 3) dalla suddetta relazione. Si tratta di “alcune porzioni di una balza rocciosa calcarenitica che nella sua parte sommitale si sviluppa in una notevole bancata segnata da una serie di incisioni più o meno profonde di origine antropica, che formano canaletti, coppelle, buche circolari e vasche rettangolari di diverse dimensioni ed altri segni di sicura valenza simbolica, anche se di difficile interpretazione e datazione, probabilmente associabili a forme di culto di epoca preromana”[2]. In alcune incisioni è evidente l’uso dello scalpello litico. Il sito si trova in prossimità della vetta del monte, verso sudovest e in posizione dominante.

Fig. 3 – Lastrone con le incisioni

Incisioni rupestri del Monte Conero

A seguito di un sopralluogo e un conseguente studio del sito, vengo a ipotizzare quanto segue. Le incisioni e coppelle della parte centrale raffigurano, a mio parere, la costellazione del Toro (fig. 4). Per facilitare la comprensione di quanto sto esponendo mi servo del rilievo della Pignocchi, gentilmente concessomi (fig. 5)[3]. In modo particolare è evidenziata la testa del Toro, l’ammasso stellare chiamato le Iadi, con le corrispondenti coppelle. Si possono vedere anche accenni al resto della costellazione nei canaletti C8 e C9. Si potrebbero, inoltre, identificare le Pleiadi, visto il contesto e la posizione, nella vaschetta rettangolare V2 (figg. 6 e 7). Se così fosse, sulla parte di sinistra (ma qui è più problematico) dovrebbe esserci rappresentato Orione, il misterioso “cacciatore” e inseguitore delle Pleiadi. Un procedimento tecnico con il programma “Autocad” facilita la nostra comprensione. La fig. 8 è la fotografia della costellazione del Toro. La evidenzio servendomi del programma Autocad (fig. 9) e la riporto sopra alla mappa disegnata delle incisioni (fig. 10): a meno dei dettagli, la sovrapponibilità risulta evidente. Ora riprendo lo stesso schema e lo riporto sulla foto delle incisioni (fig. 11): anche qui ottengo lo stesso risultato.

Incisioni rupestri del Monte Conero

Fig. 4 Coppelle e canaletti della parte centrale delle incisioni (foto Pignocchi)

Schema delle incisioni rupestri del Monte Conero

 

Fig. 5 Rilievo planimetrico della dott.ssa Gaia Pignocchi

Incisioni rupestri del Monte Conero

Figg. 6 e 7 – Vaschetta rettangolare V2 nel suo contesto e, sotto a sinistra, suo particolare.

Incisioni rupestri del Monte Conero

 

Fig. 10 – Mappa evidenziata con la costellazione del Toro

Incisioni rupestri del Monte Conero

Fig. 11 – Immagine che evidenzia le incisioni e la loro distribuzione secondo la costellazione del Toro

A questo punto ci domandiamo quale significato poteva avere, per la popolazione arcaica del Monte Conero, la rappresentazione sulla roccia della costellazione del Toro. Cerco brevemente di tratteggiare miti e significati sottesi a questa rappresentazione. Le Iadi non sono altro che la testa del Toro della omonima costellazione (fig. 12); esse sono anche conosciute come la Corona di Anu (Anu è il dio solare mesopotamico, che presiede alle altre divinità). Iadi significa “Le Piovose”: al sorgere delle Iadi in Grecia cominciava la stagione piovosa; la stessa cosa per i romani, Sydus Hyantis, le apportatrici di pioggia. Il “sorgere delle Iadi” va inteso come la levata eliaca delle Iadi, o testa del Toro[4]. La levata eliaca delle Iadi era molto importante nell’antichità, perché essa segnava l’inizio di una nuova stagione. Dal libro La religione di Roma antica di Sabbatucci, leggo: “La notte che precede le Idi di maggio [il 14] rende visibile il Toro che alza la testa stellata”[5]. La testa stellata del Toro è rappresentata dalle Iadi: naturalmente l’autore cita i Fasti di Ovidio, in cui egli descrive la levata eliaca del Toro, considerato nelle sue stelle più significative. Ed anche nella Roma antica, a questa levata era associata una festa. Feste e riti della fertilità sono documentatissimi nel mese di maggio in tutte le civiltà, proprio perché questo era il periodo della nuova stagione in cui la terra era rigenerata e ricoperta di vegetazione.

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Fig. 12 – Rappresentazione delle Iadi

Apro una parentesi su questa problematica per documentare elementi cultuali che sopravvivono tutt’oggi in certi siti archeologici, o luoghi di culto, o manifestazioni di folklore. Nei santuari dell’antichità o di epoche più arcaiche, dedicati alla Dea Madre, era prassi sacrificare un bue, o una vacca, o un vitello alla divinità, come rito propiziatorio della fertilità. A Tellus, nelle feste romane dette le Forticidie, si sacrificavano delle vacche gravide[6]. Sappiamo inoltre che, sia Iside, sia Europa, sono legate alla simbologia del Toro. Cerere, la divinità romana dell’agricoltura e delle spighe era festeggiata in vari periodi dell’anno; in particolare, nelle feste dette Ambarvalia, che consistevano nella purificazione rituale dei campi, venivano sacrificati alla dea, un maiale, un agnello e un vitello, dopo che essi erano stati condotti in giro per i campi[7]. In un luogo presso Città di Castello (PG), denominato Sasso di San Donnino si perpetuano sino ai nostri giorni delle pratiche rituali che opportunamente decodificate rimandano a culti precristiani in venerazione di divinità dell’agricoltura. Nel luogo affiora da terra un grosso masso con scanalature (fig. 13), verosimilmente un altare sacrificale, ove si immolavano vitelli o altri animali, mediante riti molto simili, appunto, alle feste Ambarvalia[8]. Riti dunque che si consumavano molto probabilmente nel mese di maggio come le Ambarvalia. Un altro caso a cui si può dare la stessa lettura è costituito da una festa folkloristica sopravvissuta nel Mugello, nei dintorni di Firenze, precisamente al Santuario della Madonna delle Grazie al Sasso, presso Lubaco, nel Comune di Pontassieve. Qui ogni anno, fino a pochi decenni fa, avveniva un rito chiamato la Bifolcata: “Dopo la festa della seconda domenica di maggio, i popoli sorteggiavano un capofamiglia affinché acquistasse un bel giovane manzo (la cosiddetta “bestia della Madonna”) da ingrassarsi e poi mangiarsi da tutti al Sasso per la fine dei lavori agricoli. Ogni cura veniva riservata all’animale, che dalle donne di casa veniva addirittura agghindata con lana rossa per il venerdì avanti la Bifolcata. Nel pomeriggio di questo giorno infatti la bestia veniva spinta fino al mattatoio del santuario, ove l’aspettava un rappresentante del popolo di Remole a cui per tradizione spettava il compito di compiere il sacrificio. Richiamati dal suono delle campane, salivano al Sasso i fedeli recanti appositi recipienti per la raccolta del sangue dell’animale. Nel macello la bestia veniva saldamente assicurata con dei canapi e legata per le corna: essa veniva tenuta con la testa piegata a terra e le zampe legate ai ganci delle pareti. L’animale veniva ucciso, tirato alla trave, veniva poi scuoiato e squartato…”[9]. Da notare, nel racconto, che la “bestia” destinata al sacrificio veniva “agghindata con lana rossa”. Si tratta di una reminescenza rituale giunta fino ad oggi: l’animale da sacrificare veniva preparato, lavato, cosparso di oli ed essenze profumate (“immolato”: cioè cosparso di una molitura profumata) e agghindato (la fronte, la testa, le corna) con un nastro rosso, preferibilmente di lana. Anche a Marta, una località in riva al lago di Bolsena, dove il 14 maggio si svolge una manifestazione folkloristica detta “Le Passate”, in cui si realizzano molti carri variamente arricchiti e abbelliti e recanti i prodotti della terra, le varie coppie di buoi che tirano i carri sono agghindati allo stesso modo. È un implicito segno sacrificale che sottende un rito pagano, oggi decaduto, in cui era previsto il sacrificio di bovini.

Incisioni rupestri del Monte Conero

Fig. 13 – L’altare sacrificale del sito Sasso di San Donnino

Lo scopo di questi riti è sempre quello di invocare la fertilità della terra mediante la pioggia – e conseguentemente la fertilità del bestiame – in un mese, quello di Maggio, in cui si sviluppa velocemente la vegetazione e in cui c’è più che mai bisogno di pioggia, affinché i raccolti vadano a buon fine, comprese erbe e cereali per il nutrimento degli animali. In questo periodo dell’anno, in vari modi si consumavano riti propiziatori della fertilità tributati alle divinità perché portassero abbondanti piogge. Il problema per queste popolazioni arcaiche era, quindi, quello di assicurarsi la sussistenza, la fecondità e la salute dei greggi e salvaguardare la vita in genere. È per questo che a maggio c’è bisogno sia di pioggia e sia di incrementare le sorgenti e i fiumi.

Nella religione cosmica elaborata dalle culture agricole arcaica, come quella mesopotamica, “l’Universo è concepito come un’organismo che dev’essere rinnovato periodicamente: ogni anno”[10]. Da qui la necessità di ripetere ogni anno, come una sorta di capodanno, certi “riti di fondazione” collegati in qualche modo alla creazione e alla rigenerazione annuale; riti che spesso implicavano la presenza di un mitico “toro” a cui si attribuivano poteri fecondanti. “Il toro è una mistica fonte di vita, una manifestazione terrena delle cosmogoniche acque primordiali… Il concetto della rigenerazione era concepito drammaticamente come la nascita della nuova vita da un toro sacrificale”[11]. Nelle religioni neolitiche del Vicino Oriente, “il toro selvaggio era venerato come epifania della fertilità maschile. Le immagini di tori, i bucrani, le teste di arieti e l’ascia doppia avevano certamente funzione cultuale, in rapporto con il dio della tempesta”[12]. Anche Erich Neumann parla del toro come “partner maschile divino fecondante”[13]. Sembra che il dono dei cereali agli uomini venisse assicurato attraverso “una ierogamia fra il dio del cielo (o dell’atmosfera) e la Terra Madre”[14]. Il dio della tempesta, o dell’atmosfera, era comunemente identificato come un Toro celeste, con la funzione di unirsi alla Terra e renderla feconda. Dopo tale fecondazione, presso alcune culture, il toro “doveva” essere sacrificato, in modo da riversare sulla terra tutta la sua potenza fecondante. Anche nella mitologia greca si parla di uno hieros gamos tra Zeus, dio del fulmine e della tempesta, ed Era, la dea Terra-Madre universale: secondo Mircea Eliade, questa “è la tipica immagine dell’unione tra un dio della tempesta fecondatore e la Terra-Madre”[15]. È molto probabile, dati gli elementi elaborati sopra, che nella cultura pre-protostorica del Monte Conero si svolessero delle ritualità con connotazioni simili a quelle ora esaminate.

Chiudo questa necessaria parentesi e torno alle nostre incisioni rupestri. Abbiamo considerato le coppelle e i canaletti, che ci rimandano alla costellazione del Toro e alla sua levata eliaca, scandendo un momento preciso dell’anno, situato nel periodo che va tra la fine di aprile a oltre la metà di maggio. Una delle funzioni delle nostre incisioni è, dunque, quella di indicarci questo preciso momento dell’anno, tempo in cui si doveva propiziare la fertilità, dei campi, della natura, dei greggi. Ipotizzo che tale momento dell’anno potesse essere stato, per la cultura del Monte Conero, il capodanno e tali riti, i riti di fondazione in sintonia al rinnovarsi della natura. Come abbiamo visto, tali riti prevedevano il sacrificio di una vittima animale; così, le coppelle e i canaletti avrebbero anche la funzione di fare scorrere e permettere di raccogliere il sangue della vittima. La stessa Dott.ssa Pignocchi, parlando delle incisioni che si articolano nelle varie forme, riferisce che esse sono “probabilmente associabili a forme di culto”; ed ancora: “Ad ovest del canaletto C10, su una porzione di lastrone non interessata da altre incisioni, esiste un elemento isolato di forma ovale (F1) che richiama le rappresentazioni di tipo vulvare, universalmente adoperate già dal Paleolitico per indicare il sesso femminile. Tale motivo, che si discosta dalla tipologia delle altre incisioni, potrebbe dunque rappresentare un simbolo di sessualità-fertilità. Interpretandolo in questo senso si potrebbe ipotizzare per l’insieme delle incisioni presenti su questo settore del lastrone la connessione con ritualità complesse legate alle acque in associazione con aspetti magico-terapeutici e con culti propiziatori di età pre-protostorica anche non coevi”[16]. Queste indicazioni sono la conferma di quanto andiamo dicendo. La ripetizione annuale dell’uccisione di un toro, o vitello, compiuto alla levata eliaca del Toro celeste, nella mentalità delle popolazioni arcaiche, “scatenerebbe” quel meccanismo fecondante del mitico Toro nei confronti della Terra-Madre, atto a dare il via alle piogge e, conseguentemente, alle acque delle sorgenti e dei fiumi, rendendo fertile la vallata su cui queste acque scorrono.

Aggiungo un’osservazione della Dott.ssa Pignocchi che si rivela di estremo interesse per la nostra esposizione: “Il sistema di canaletti sembrerebbe mostrare anche significative relazioni di carattere topografico con il territorio e con i corsi d’acqua che si estendono alle propaggini del Monte Cònero fino alla vallata dell’Aspio. Le istoriazioni potrebbero costituire la rappresentazione di un’antica mappa…”[17]. Potremmo dunque ipotizzare che questo sistema di canaletti possa anche rappresentare la mappa dei corsi d’acqua del territorio in cui si trovano le incisioni. Procedo tecnicamente come per la costellazione del Toro: prendo in esame la rete fluviale della nostra zona, dalla Carta escursionistica del Monte Conero (fig. 14) e dalla Carta dei Bacini della Regione Marche (fig. 15); evidenzio i fiumi della zona e li riporto sul rilievo planimetrico (fig. 16). Possiamo constatare che, almeno in linea di massima, c’è una corrispondenza, se non si pretende una assoluta precisione (consideriamo che coloro che incisero la roccia avevano in mente un’idea generale della morfologia del territorio e non pretesero certo fare una mappa su scala). L’ipotesi della mappa dei corsi d’acqua avvalora e completa quella della costellazione del Toro e riti connessi, in quanto il sacrificio rituale ipotizzato sopra era finalizzato ad avere la pioggia e rifornire di acqua le sorgenti e i fiumi. Adesso, ragionando per analogia – così come l’uomo preistorico ragionava per analogia, dando un forte valore al simbolo – il sangue della vittima sacrificata, scorrendo nei canaletti, che simboleggiano i fiumi, rendeva fecondi questi ultimi, apportando loro acque copiose, le quali in ultima analisi restituivano vigore e fertilità alla vallata. Voglio riportare a tal proposito un’affermazione da un lavoro dell’archeologo Pier Giovanni Guzzo: “E così la corrente dei fiumi veniva vista come la carica travolgente di un toro in corsa: l’archetipo è costituito dalla personificazione divina del fiume Acheloo, in Grecia, come toro dal volto umano. Lo schema si ritrova del tutto analogo nelle monete coniate da Gela, nella Sicilia meridionale […] Come già detto, la potenza dello scorrere del fiume è personificata dalla carica del toro: e, per tutto il suo insieme, dalle corna. A Locri si conoscono numerose erme fittili decorate da un toro androcefalo: che l’iscrizione sottostante identifica con il nome di Eutimo. E tali ritrovamenti… ci assicurano della deificazione del nostro atleta”[18]. Il poeta latino Publio Virgilio Marone, nelle Georgiche, narra che il fiume Po nel punto della confluenza con la Dora, apparve ai primi abitanti come un toro dalle corna dorate: “et gemina auratus taurino cornua vultu Eridanus (e con due corna sul capo taurino l’Eridano dorato)”[19]. L’affluente si chiama, appunto, Dora. Da ricordare che presso questa confluenza sorge la città di Torino, la romana Augusta Taurinorum[20]. A Torino e alla confluenza del Po con la Dora, è legata la civiltà italica dei Taurini il cui simbolo era il “Toro divino” cantato da Giovanni Pascoli[21].

Incisioni rupestri del Monte Conero

 

Fig. 14 – Carta escursionistica del Monte Conero

Fig. 15 – Carta dei bacini della Regione Marche (particolare)

Fig. 18 – Mappa evidenziata con i fiumi

Concludendo, possiamo riassumere la funzione cultuale che in epoca arcaica si svolgeva nel sito delle incisoni rupestri del Monte Conero. Ogni anno alla levata eliaca della costellazione del Toro (tra la fine di aprile e la fine di maggio, circa) si consumava una cerimonia rituale che prevedeva il sacrificio di un vitello, o toro. Il sangue effuso dalla vittima scorreva nei canaletti delle incisioni e veniva raccolto nelle coppelle più profonde.

n-12

La finalità era la propiziazione della fertilità della vallata circostante, percorsa dal fiume Aspio con i suoi affluenti Boranico e Betelico. Si ipotizza che il rito sacro venisse offerto ad una divinità femminile rappresentante la Madre Terra. La disposizione delle coppelle e la conformazione dei canaletti fa pensare sia alla costellazione del Toro, la quale era chiamata in causa per stabilire la data annuale del rito e sia ad una essenziale mappa dei corsi d’acqua del territorio – verosimilmente l’Aspio, il Boranico e il Betelico – la quale mappa, irrorata dal sangue della vittima sacrificata, per analogia macrocosmica, avrebbe reso fertile la vallata sintetizzata nei fiumi rappresentati, mediante le piogge stagionali – rese copiose dal rito – con il conseguente scorrere dell’acqua nei suddetti fiumi. Un particolare da non sottovalutare: la confluenza tra il Betelico e l’Aspio prende la conformazione di una “Y” che può ricordare sia il toro con le corna come descritto da Pier Giovanni Guzzo per la personificazione del fiume greco Acheloo e sia il Toro costellazione espresso graficamente nelle incisioni.
Le incisioni non sono state datate; tuttavia, l’archeologa Dott.ssa Gaia Pignocchi afferma che il contesto ove esse si trovano ha restituito materiali riferibili all’Età del Bronzo e ricorda “la presenza del livello di frequentazione dell’età del Bronzo nei livelli superiori del giacimento paleolitico del centro Rai, distante circa 200 metri dall’area delle incisioni”[22]. Senza poter dare risposte certe, possiamo dire che la ritualità anzi descritta si attaglia benissimo ad una cultura di quel periodo.

Ringrazio l’amico Ing. Giorgio Croce per l’uso di Autocad e sue applicazioni nelle foto 9, 10, 11, 18.
(Autore: Giovanni Nocentini; l’elaborato è stato presentato al XIV Seminario di Archeoastronomia di Genova Sestri ed è stato pubblicato nei relativi Atti del Convegno sul sito dell’A.L.S.S.A.)

[1] BARBONE G., LUSARDI BARBONE R.M., PIGNOCCHI G., SILVESTRINI M., La roccia con incisioni del Monte Cònero: relazione preliminare, Atti della XLII Riunione Scientifica dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria, Trento, Riva del Garda, Valcamonica, 9-13 ottobre 2007, in Preistoria Alpina, 46 II, Trento, 2012, pp. 93-98.
[2] BARBONE G., LUSARDI BARBONE R.M., PIGNOCCHI G., SILVESTRINI M., Op. cit., p. 93.
[3] BARBONE G., LUSARDI BARBONE R.M., PIGNOCCHI G., SILVESTRINI M., Op. cit., p. 95.
[4] Per “levata eliaca” di un astro si intende il suo sorgere appena prima dell’alba in maniera da essere visibile prima che prenda il sopravvento la luce solare.
[5] SABBATUCCI D., La religione di Roma antica, dal calendario festivo all’ordine cosmico, Edizioni Seam, Formello (Roma), 1999, p. 207; OVIDIO, Fasti, V, 603.
[6] SECHI MESTICA G., Dizionario Universale di Mitologia, Rusconi, Milano, 1994, Voce: Tellus-Tellure, p. 168; Enciclopedia Italiana di Scienze, Lettere ed Arti, fondata da Giovanni Treccani, Roma, 1950, Voce: Tellure, Vol. XXXIII, p. 443.
[7] Cfr. Enciclopedia, op. cit, voce: Ambarvali, vol.II, p. 779. Il brano citato è riprso da NOCENTINI G. Un santuario preistorico in diocesi di Città di castello, in Pagine Altotiberine, n. 43, 2010.
[8] NOCENTINI G., Un santuario preistorico in diocesi di Città di Castello, in Pagine Altotiberine, n. 43, 2010.
[9] Pagina del sito web: www.tuscany.name/cornucopia/tradizio/tsasso.htm. L’usanza è citata anche da FATUCCHI A., Un esempio di continuità insediativa dall’epoca etrusca nel Casentino centrale, in Annali Aretini, XII, Arezzo, 2005, p. 45, il quale osserva: “Non c’è dubbio che è la continuazione di un rito pagano”.
[10] ELIADE M., Storia delle credenze e delle idee religiose, I, Dall’età della pietra ai misteri eleusini, BUR, Milano, 2006, p. 54.
[11] GIMBUTAS M., Il linguaggio della dea. Mito e culto della Dea Madre nell’Europa neolitica, Longanesi, Milano, 1990, p. 270.
[12] ELIADE M., Op. cit., p. 60.
[13] NEUMANN E., La Grande Madre. Fenomenologia delle configurazioni femminili dell’inconscio, Astrolabio, Roma, 1981, p 144, nota 66.
[14] ELIADE M., Op. cit., p. 52.
[15] ELIADE M., Op. cit., p. 303.
[16] BARBONE G., LUSARDI BARBONE R.M., PIGNOCCHI G., SILVESTRINI M., Op. cit. p. 95-96.
[17] BARBONE G., LUSARDI BARBONE R.M., PIGNOCCHI G., SILVESTRINI M., Op. cit. p. 96.
[18] GUZZO P. G., Fonti divine, Miti dell’acqua in Magna Grecia, in TETI V. (a cura), Storia dell’acqua. Mondi materiali e universi simbolici, Donzelli ed., Roma, 2003, p .39-40.
[19] VIRGILIO, Le Georgiche, testo latino e traduzione in versi italiani di Giuseppe Albini, Bologna 1968, IV, pp. 371-372.
[20] Al fiume Eridano, l’attuale Po, è legato il mito di Fetonte. Un giorno Fetonte, molto imprudentemente, si impossessò del carro del Sole di Apollo (o Elio, secondo le versioni). Fetonte che non era un buon auriga perse il controllo del carro, il quale si avvicinava troppo alla terra incendiandone i raccolti e provocando altri gravi danni. Giove per fermarlo fu costretto a lanciargli una freccia e lo uccise, facendolo precipitare nel fiume sottostante, l’Eridano, presso la sua confluenza con la Dora.
[21] PASCOLI G., Carmina, Hymnus in Taurinos (Inno a Torino), 1-21
[22] BARBONE G., LUSARDI BARBONE R.M., PIGNOCCHI G., SILVESTRINI M., Op. cit., p. 97.